La corsa all’oro delle chat su smartphone

Il mercato delle app per la chat testuale tramite smartphone è in grande fermento: in teoria Facebook, forte della sua posizione di enorme vantaggio, potrebbe indurre i suoi utenti ad usare esclusivamente la sua chat integrata (comprensiva di video-chiamate) e gratuita al pari del sito; tuttavia gli utenti sembrano attratti da altre soluzioni.

Molti attori diversi hanno riconosciuto questa opportunità e la stanno aggredendo. Ad esempio:

  • Google, con il suo Hangouts (già Google Talk), gratuito e forte di una base di account già registrati molto numerosa.
  • WhatsApp, che ha guadagnato una forte presenza grazie al passaparola; tuttavia la richiesta di un obolo, seppur modesto, la pone in una posizione di svantaggio rispetto ai concorrenti[1].
  • WeChat (già Weixin), maturato in Cina grazie alla Tencent, che fornisce gratuitamente un numero spropositato di funzionalità per moltissime piattaforme (persino i vecchi Symbian).
  • Line, un’applicazione di chat giapponese con chiamate audio gratuite e smiley dallo stile vagamente manga.
  • Viber, che apparentemente ha un grande successo in Vietnam ma poco nel resto del mondo.

Pur guardando molto poco la televisione, nel giro di un mese ho visto diverse volte la pubblicità di WeChat, con un raggiante Messi che chatta con la madre e il figlio, diffusa a più riprese durante le pause di programmi sportivi sui canali Mediaset. Anche Line ha risposto con una campagna pubblicitaria sulle televisioni italiane (sempre Mediaset, credo, in particolare Italia 1). Mi aspetto un’intensificazione notevole di entrambe le campagne pubblicitarie con la ripresa del campionato di calcio della Serie A, nei primi giorni di settembre.

La diffusione degli abbonamenti flat per le reti cellulari 3G sta sicuramente infliggendo un lento ma letale colpo alla pratica rapinosa degli SMS[2]. Per questo motivo, chi riuscirà ad imporre l’abitudine all’uso della propria app di chat oggi, avrà il controllo di una quantità vastissima di comunicazioni nei prossimi anni.

Non ho alcun dubbio che, chiunque vinca questa contesa, i dati e i metadati delle comunicazioni veranno utilizzati proficuamente per marketing e profiling, nonché messi a disposizione di governi compiacenti, più o meno volontariamente. Da questo punto di vista, l’attore che mi inquieta maggiormente è WeChat: Tencent[3], la holding cinese che lo sviluppa, sta investendo moltissimo per diffonderlo al di fuori della Cina. Non credo che Messi abbia girato gli spot pubblicitari gratuitamente: la spesa di cifre del genere per diffondere un’app gratuita dovrebbe essere un segnale chiarissimo dei ritorni che si aspettano dall’operazione, siano essi economici o di altra natura.

Note

[1] Assumiamo, ipoteticamente e utopicamente, che WhatsApp possa garantire dei buoni livelli di privacy a fronte di un pagamento di pochi centesimi. Assumiamo inoltre con certezza che i concorrenti, che offrono la loro app gratuitamente, violino costantemente la privacy degli utenti per fini commerciali o peggio. In ogni caso, sebbene il costo di WhatsApp sia sicuramente inferiore rispetto a quello occulto dei concorrenti, creerebbe comunque resistenze nettamente superiori da parte degli utenti: un po’ come le imposte dirette (es. IMU) rispetto a quelle indirette (es. IVA).

[2] Quantomeno, nei paesi più sviluppati: verosimilmente ad esempio,  in Africa gli SMS saranno ancora il mezzo principale per la chat testuale ancora per parecchi anni.

[3] Tencent è una holding cinese con sede alle Cayman. Ha interessi che spaziano dal clone cinese di Facebook, QQ, ai giochi multiplayer on-line come League of Legends. È la terza Internet company mondiale per capitalizzazione, dopo Google e Amazon.

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