I Mille

Virtù contra furore
Prenderà l’armi; e fia il combatter corto,…..
Chè l’antico valore
Negli italici cor non è ancor morto.

Chi non ha mai sentito parlare dell’impresa dei Mille? Nel libro intitolato appunto “I Mille”, Garibaldi ripercorre le tappe di quell’epopea, dalla partenza da Quarto fino al Volturno.

Cartina con l’itinerario seguito dai Mille

Il libro è disponibile sia su Liber Liber (ottimo per le versione PDF, OpenOffice e RTF) che sul sito del Project Gutenberg (qui lo trovate in formato EPUB e per Kindle); si trovano persino le immagini scansionate del libro originale!

L’opera, pubblicata nel 1874, è assai godibile perché presenta almeno tre aspetti che s’intrecciano vicendevolmente: storia, fatti e personaggi di fantasia, opinioni su vari aspetti della società.

La spedizione

Il libro descrive tutte le tappe principali della spedizione. Subito dopo la partenza da Quarto, il 5 maggio 1860, vi fu la deviazione sulle coste toscane, a Talamone, per rifornirsi d’armi (buona parte dei loro armamenti erano stati confiscati dal Regno di Sardegna) e, approfittando dell’occasione, per sviare l’attenzione dal loro vero scopo lasciando una divisione da quelle parti come diversivo. Lo sbarco in Sicilia avvenne a Marsala, nella Sicilia occidentale: curiosamente, Garibaldi narra di come riuscirono ad evitare un blocco navale borbonico per una deviazione dovuta alla caduta in mare di un marinaio.

Da Marsala i Mille proseguirono per la Sicilia settentrionale, venendo alle armi con le truppe borboniche quasi subito, a Calatafimi; la superiorità borbonica era schiacciante sia tatticamente (erano appostati su delle alture), tecnologicamente (i loro armamenti erano di prim’ordine, a differenza di quelli garibalidini) che numericamente (nonostante l’adesione di diversi siciliani a favore dei Mille). Ad oggi gli storici si stanno ancora interrogando su cosa abbia deciso l’esito di questa battaglia, che lo stesso Garibaldi definisce decisiva per l’intera campagna; in ogni caso, nonostante le sorti del combattimento non fossero favorevoli ai Mille, l’esercito borbonico si ritirò, lasciando campo libero per l’avanzata fino a Palermo (che venne facilmente espugnata grazie all’insurrezione della popolazione locale) prima e a Messina poi, da dove s’imbarcarono per la penisola sbarcando a Faro.

L’esercito Garibaldino risalì la parte peninsulare del Regno delle Due Sicilie fino ad arrivare alla sua capitale, Napoli. I borboni abbandonarono la città per attestarsi tra le fortezze di Capua, adagiata su un’ansa del fiume Volturno, e di Gaeta, entrambe poste a nord di Napoli. È proprio nei pressi del Volturno che si svolse la battaglia decisiva. Anche in questo caso i rapporti di forze erano impari (50000 borboni contro circa la metà) e la superiorità tattica era teoricamente a favore dei borboni, poiché i volontari garibaldini, già inferiori numericamente, erano distribuiti su un fronte lungo quasi venti chilometri. Tuttavia, anche grazie all’arrivo dei Bersaglieri piemontesi, i borboni vennero di nuovo sconfitto, stavolta definitivamente. Si concludeva così, il 2 ottobre 1860, l’impresa che rese possibile l’annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d’Italia.

Garibaldi in guerra

Nel descrivere le varie fasi delle battaglie (che sono alcuni degli elementi veritieri del libro) Garibaldi si prodiga in consigli, tattici e strategici ma anche di carattere più generale.

Innanzitutto richiama spessissimo il valore della costanza, come ad esempio qui:

Si tenti la vittoria cento volte, e se le cento volte manca al desiderato effetto, si provi la centunesima.—Pertinacia, tenacità, costanza vi vogliono nella guerra.

Tuttavia i consigli che il generale dispensa sono anche di carattere più squisitamente tecnico, come ad esempio questo passaggio sull’importanza di evitare di sparare fino all’ultimo durante una carica contro un avversario coperto:

In tale accanita pugna io osservai il difetto «di far fuoco avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici, a cui fu fatale in tutti gl’incontri dai volontari sostenuti; questi, all’incontro, coi soliti catenacci e colle loro cariche a fondo, senza fare un tiro, neutralizzarono la superiorità delle carabine nemiche, e vinsero sempre.

Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo colle nuove armi di precisione, ed io dico con convincimento, essere più necessario ancora, col perfezionamento delle armi.—O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni, o bisogna caricarlo celeremente sino alla mischia, colla coscienza di sfondarlo, senza di che si perderà molta gente, il morale dei restanti soldati sarà scosso, e si avrà il doloroso spettacolo di vederli tornare fuggendo e disfatti.

Un’altro esempio delle capacità militari di Garibaldi è l’utilizzo sapiente che ha fatto delle riserve nella battaglia decisiva:

Anche qui accennerò alla efficacia delle riserve nei fatti di guerra d’ogni entità, ma massime nelle battaglie campali.

Le riserve, più numerose che possibile, e possibilmente tenute al coperto dai proiettili nemici e dalla vista degli stessi, sono, quando ben disposte ed adoperate in tempo, in mano d’un capo intelligente, quel mezzo potente con cui egli decide della battaglia, sapendole lanciare a proposito.

Tra l’altro, Garibaldi era ovviamente al corrente dell’importanza di mantenere i nemici all’oscuro su quante più informazioni possibile:

In guerra, nelle marcie di notte, con un obbiettivo qualunque, vi è sempre qualche vantaggio: principalissimo, la sorpresa. Nelle ritirate la possibilità di scegliere le linee più convenienti, e suddividere la forza in tante colonne divergenti, come piace. D’estate, gli uomini ed i cavalli faticano molto meno di notte e marciano meglio. Una marcia ben ordinata di notte, e tanto segreta quanto possibile, confonde anche le spie, e quindi incerte le informazioni del nemico.

Nel brano seguente, infine, egli fa un elogio di una tattica “tipicamente russa” ma che si è trovato di fronte anche nelle sue battaglie:

Io spero che l’Italia non cadrà più in tali grossolani ed umilianti errori; spero sopratutto che essa non avrà più mai invasioni straniere; ma in caso di tanta sventura, per il pessimo stato delle sue istituzioni, devono essere castigate coll’ultimo rigore e consacrate ad infamia eterna quelle autorità che non comandano all’avvicinarsi del nemico lo sgombro generale di tutto l’abitato ed il trasporto in luogo sicuro, anche sui monti o nelle foreste, di ogni oggetto che gli possa servire, massime il bestiame e gli alimenti per uomini ed animali, abbruciando tutto quanto non si può trasportare

Garibaldi italiano

Nel corso della narrazione sono assai numerosi i riferimenti alla situazione italiana del tempo e, più in generale, al carattere degli italiani stessi. Ad esempio:

L’Italia incontrastabilmente—paese di non comune intelligenza in tutte le classi—ha forse troppi di questi nobili plebei ambiziosi di migliorare od innalzare la propria condizione: ciocchè, senza dubbio, è causa d’aver essa in proporzione un’esorbitanza di cittadini repugnanti alle manuali occupazioni.

Per contro Garibaldi consiglia:

Comunque io consiglierò sempre a’ miei concittadini d’imparare un’arte manuale qualunque—ove troveranno sempre più robustezza che nelle occupazioni di scrivanie—e più sicurezza di guadagnar la vita in ogni parte del mondo—sopratutto poi, non dimenticar la massima di spender nove quando si possiede dieci.

Decisamente un Garibaldi paterno e senza remore:

Quando si pensa che tutte queste belle popolazioni dell’Italia sono oggi così depresse ed umiliate—25 milioni d’individui che hanno i ladri in casa—senza aver nemmeno il coraggio di lamentarsene!—Vergogna!

E si millanta valore italiano—capi guerrieri, prodi eserciti.—Via! via! nascondete quella fronte macchiata dagli sputi stranieri!

Tra l’altro, come oggi l’Italia ha in cosidetto problema della “fuga dei cervelli”, al tempo pare avesse quello della “fuga dei marinai”:

Ed il Governo italiano sa esso di avere il fiore dei nostri marinari sparsi sulla superficie del globo? Dico fiore, poichè sono veramente i migliori, coloro che insofferenti di miserie e di depredazioni si lanciano nelle avventure di vagante vita in lontane contrade.

Garibaldi massone

Nell’introduzione del libro Garibaldi scrive:

Io ho la coscienza di non appartenere a setta nè a partiti

Tuttavia il libro è stato scritto tra il 1870 ed il 1872 mentre Garibaldi era stato istituito Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (col 33° grado del Rito scozzese, tra l’altro) nel 1862. Probabilmente non considerava la Massoneria né una setta né un partito, ma l’affermazione ha il sapore di una mezza verità.

In effetti lo spirito massonico del grande generale è visibile in moltissimi punti del libro, come questo significativo paragrafo:

«E noi, fratelli, che non abbiamo altra chiesa che lo spazio, cioè, l’Infinito, altri luminari che le stelle infinite, altro Dio che la ragione, la scienza, e l’intelligenza infinita che regola i movimenti, le combinazioni, e la trasformazione della materia infinita,—noi siamo condannati da codesti nemici dell’Umanità a rimanerci qui in un sotterraneo, ove puzzano ancora gli scheletri di tante vittime della tirannide e del fanatismo.»

Da notare l’uso ponderato della maiuscole. In un punto del libro poi la Massoneria viene menzionata esplicitamente da uno degli antagonisti, preoccupato di infiltrazioni tra le sue file:

temo molto che nell’anima di alquanti di loro si nasconda il tradimento, e quindi il culto al Sole che leva

Garibaldi contro tutti

Per chi avesse qualche dubbio sui rapporti, nient’affatto idilliaci, tra Garibaldi e gli altri padri della patria, ecco due citazioni. La prima su Mazzini, di cui critica la mancanza di organizzazione e strategia:

Il «Siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali» del Mazzini, significa «Siate tutti una Babilonia!»

Che dire poi della monarchia sabauda?

Spinte le cose dalle impazienze monarchiche, insofferenti di stare a bocca asciutta davanti alla splendida preda, quale è la ricca Partenope, i sabaudi si misero a vociferare annessione, e mi obbligarono quindi, come già accennai, a lasciare l’esercito sulla sponda sinistra del Volturno in presenza d’un esercito superiore, ed alla vigilia d’una battaglia, per recarmi a Palermo, ove il popolo, messo su da’ cagnotti cavouriani, voleva anch’esso annessione, ed in conseguenza cessazione della brillante campagna da parte nostra, per lasciar fare a chi tocca.

Conclusione

“I Mille” non è decisamente un libro per deboli. Bisogna avere un certo stomaco per superare lo strato melenso della storia inventata, ma al di sotto di esso si cela un immenso tesoro storico e antropologico, perciò mi sento assolutamente di consigliarlo. Certo, bisogna avere un minimo di cognizioni che facciano da stella polare per la lettura. Chi ha orecchie per intendere…

Per inciso, Garibaldi, verso la fine dell’opera, conclude così; lascio ad ognuno le riflessioni del caso.

Lascio quindi ad altri, più di me capaci, la cara e patriottica commemorazione

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